Sempre sempre felici

4 ottobre. San Francesco.

Da quando ci siamo trasferiti a Milano mio marito mi ha attaccato la “umbriappartenenza”. Praticamente qualunque riferimento a un qualsiasi elemento ambientale-geopolitico-storico-religioso appartenente alla nostra Umbria, diventa un pretesto per lodare le nostre origini. Più sue che mie, ma in fondo anche mie per adozione territoriale e per comunione dei beni, si ereditano anche le origini, no?

Sui santi siamo fortissimi, Tommaso appena sente un qualsiasi santo o riferimento a una qualche chiesa umbra subito esclama “dai, su, alla fine i santi importanti ce li abbiamo tutti noi!”. A me, incaricata da Dio per riportarlo sulla terra nei momenti di esuberanza cosmica in qualità di moglie e, obbligata dalla mia appartenenza al sesso opposto che subito mi spinge a puntualizzare, verrebbe da ricordargli le origini di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Giovanni Paolo II… e molti molti altri.

Però, oggi è San Francesco e quindi, sì, noi umbri ne siamo molto fieri, e, vista l’ingente quantità di persone incontrate qui a Milano con il nome “Francesco” o “Francesca” credo che ne siamo fieri un po’ tutti, non a caso è il patrono d’Italia.

Se mi fermo sulla fierezza e l’orgoglio di aver avuto la grazia di visitare Assisi più e più volte e soprattutto di aver vissuto momenti importanti nella terra di un così grande santo, appare tutto molto idilliaco.

Il problema sorge se si va un po’ più a fondo. Allora il calendario della Parola oggi mi ricorda “imparate da me che sono mite ed umile di cuore”, e qui la questione si fa seria. Se collegato alla storia di San Francesco il vangelo di oggi ci ricorda proprio la sua vita e di come lui abbia trovato la Vita nella sua storia.

Una risposta semplice

Una volta durante una delle innumerevoli serate passate a fare babysitter leggevo con un bambino il fumetto della vita di Papa Giovanni Paolo II. Con una semplicità disarmante mi dice: “lo sai che i santi sono quelli che sono stati sempre sempre felici nella loro vita?”, e io, che sono campionessa di elucubrazioni mentali, sono rimasta senza parole e profondamente spiazzata e scossa da quell’affermazione meravigliosamente semplice.

Curioso come la semplicità sia bella. Sia vera. E quella frase era molto vera. Oggi il vangelo e la vita di San Francesco ce lo ricordano: siate semplici, anzi, miti ed umili di cuore. Verrebbe da dire, grazie Franci, te sei santo, facile a dirsi. Ma la frase di quel bambino mi induce a ribaltare il concetto: non sei santo perché sei stato mite ed umile di cuore, ma perché sei stato mite ed umile di cuore sei santo.

Tadaaa! Eccola là. Svelato il mio più grande problema (e forse riguarda anche qualcuno di voi). La logica ci porta a vedere i progetti che portiamo avanti ogni giorno come portatori di un qualche risultato, di una soddisfazione, di un riconoscimento. Ovviamente non è del tutto sbagliato, ma forse dovremmo stare attenti a non impostare anche le relazioni umane e soprattutto la relazione umana per eccellenza (quella con Dio) secondo questo diktat.

Dio, guarda quanto sono bravo, allora diventerò santo. Beh, i santi ci hanno fregato. Hanno capito che la Vita vera la trovavano nel ribaltare le categorie che spesso ci trasformano in ricercatori seriali di soddisfazioni. E per questo forse i santi sono davvero sempre felici, perché non si piegano a venerare il profondo egoismo umano che richiede tutto per sé. Ma, abbandonandosi a ciò che la vita ci richiede (ora, lasciamo perdere che a San Francesco era stato chiesto di riparare la Chiesa… pensiamola più semplice per noi) forse si scopre il segreto della gioia perenne.

Stando ben attenti a non pensare che la gioia sia sinonimo di farfalle allo stomaco e sorrisetto da ebete. La gioia profonda si legge nel cuore. Chiediamoci cosa ci chiede la nostra vita esattamente in questo momento. E quando lo scopriamo stiamo fermi lì e non ci fissiamo su una vita che non esiste e non è la nostra, troviamo la felicità nella nostra personalissima condizione, unica e irripetibile.

Una felicità pratica

Sono uno studente. Posso vivere la mia condizione in molti modi diversi. L’università può diventare l’incubo che si ripete ogni giorno dove devo gareggiare con tutti e dar prova della mia bravura sempre e comunque, che me ne verrà? Forse solo qualche ulcera.

Sono un amico di qualcuno. Le amicizie diventano il banco di prova per mostrare quanto valgo. Che me ne torna in cambio? Che forse quando ho un problema serio non so a chi rivolgermi, perché quando aveva bisogno qualcuno di me ero troppo attento a dimostrare e mostrare.

Sono una moglie/marito/fidanzato/fidanzata. Nella vita di coppia? Ah, questa è bella. Come faccio a essere mite ed umile di cuore se ho sempre ragione io? Cioè, guardalo… non trova nulla, non sa fare questo, non si ricorda niente, non mi dimostra mai il suo amore, è scorbutico, e vai avanti ancora.

Non si tratta di teologia, ma di profonda praticità: mi sono resa conto che in realtà, udite udite, dipende molto da come ci poniamo. Se io desidero “servire” la persona che ho accanto – userò questo verbo non molto politically correct, non mi importa nell’accezione che il sacerdote che ci ha sposati ama ripetere sempre, ovvero “che serve a qualcosa”, “che funziona”, “che ha senso” – stare sempre a criticarla volendola cambiare non mi aiuterà molto.

Ma la cosa fantastica è che quando faccio qualcosa per lui con uno spirito gratuito (se vogliamo anche un po’ umile) spesso tutte le critiche di prima diventano secondarie, e forse era il mio vuoto d’amore (immenso in tutti noi) e la pretesa che tutti me lo debbano colmare a farmi vedere chi ho accanto solo nell’accezione di rotturadiscatole ed essereincapaceintutto.

Allora se scegli di amare qualcuno così com’è potresti sembrare un debole, uno che è votato alla paranoia e all’infelicità, ma in realtà potresti trovare la santità nelle piccolecosediognigiorno.

Proviamo a farci piccoli e scopriremo di non aver sempre ragione, o perlomeno che anche gli altri ce l’hanno e forse hanno perfino qualcosa di prezioso da insegnarci.

Si è sempre sempre felici perché la nostra felicità non sarà un fine ma un mezzo, un mezzo per far splendere la nostra vita senza dover dimostrare per forza qualcosa e senza volerla cambiare, ma solo rimanendoci aggrappati e tenendocela stretta, così stretta da imparare ad amarla piano piano per quella che è.

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile” San Francesco d’Assisi 

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