Il pane quotidiano

In forno si sta scaldando la pagnotta di pane che ho cucinato ieri. A Natale abbiamo ricevuto un bellissimo dono da parte dei miei genitori: la macchina del pane.

Il profumo del pane appena sfornato ha accompagnato molte delle mie giornate a casa. Era una piccola certezza sapere che mamma preparava il pane per tutti. Una certezza, ma allo stesso tempo una sorpresa.

Un piccolo miracolo

Mentre lo studio, i pensieri, le preoccupazioni affollavano la nostra mente, il profumo del pane inondava piano piano la casa e avveniva una sorta di vero e proprio miracolo: ci ritrovavamo tutti in cucina incuriositi e affamati. Beh, esagerata, cucinare il pane non è proprio un miracolo, si potrebbe pensare. Ma, oltre al fatto che cucinare è diventata una rarità quando l’idea dei piatti pronti che impiegano cinque minuti per essere preparati sta diventando sempre più allettante, il miracolo vero era un altro.

Ritrovarci lì tutti insieme, guardarci, accorgerci, domandare, attendere. E papà, quando tornava dal lavoro, a volte poteva trovarci tutti insieme ad aspettarlo. Chi con il sorriso, chi ancora preoccupato ma un po’ più rilassato, ma comunque insieme. E poi, diciamocela tutta: mamma, il tuo pane è davvero un miracolo!

Mentre l’altro giorno mi affaccendavo a cercare gli ingredienti migliori, il lievito (qual era il lievito che usa mamma? Come fa a crescerle così il pane? Ancora sono in fase di sperimentazione…), la farina adatta (non avevo idea esistessero così tanti tipi di farina, qual è quella più salutare? E la più adatta all’impasto?) e tentavo di quantificare le giuste dosi (sì, le dosi sono un mio grosso problema, ma, permettetemelo, passare da sette a due non è semplice… o forse è solo una scusa perché in matematica non sono mai stata forte), il marito ha proferito parola.

Io ne dico tante, così tante che in mezzo ci finisce sempre qualcosa di troppo, qualcosa che invece avrebbe trovato un posto più consono custodito nel mio cuore. Invece te ne dici di meno, ma molto spesso di qualità.

A volte sembrano essere state sottoposte a una dura selezione le parole che dici. Però il risultato devo ammettere che spesso è sorprendente, perlomeno quando ho la pazienza di attendere e darti spazio. Ammetto che certe volte il limite temporale entro il quale devi rispondere, spiegare, chiarire, tranquillizzare è di circa due secondi e mezzo. Scattato quel lasso di tempo, il più delle volte potrei spazientirmi e trasformarmi in una sorta di buco nero enorme che risucchia ogni speranza e la situazione sfiora puntualmente il tragicomico. 

Altre volte invece avviene un altro miracolo: non pretendo e attendo. Come sempre, l’etimologia delle parole ci aiuta, perché “pretendere” deriva dal latino “prae-tendere” che significa pressappoco “tendere innanzi”. Siamo sempre troppo avanti quando pretendiamo e diventiamo incapaci di riconoscere ciò che realmente abbiamo di fronte, perché troppo preoccupati a mettere in atto ciò che abbiamo programmato nella nostra testa.

Il verbo “pretendere” non è molto amico del vicino“attendere”. “Ad-tendere”, “tendere verso”, “rivolgere l’animo a”, molto più poetico, permettetelo alla mia mente letteraria. Sicuramente attendendo ci accorgiamo di ciò che ci circonda e non rendiamo la nostra testa l’unica protagonista sovrana.

L’ingrediente segreto

Tornando a noi due, a volte rispondi, spieghi, calmi, tranquillizzi a distanza di ore, giorni (…anche mesi). Il tempo di attesa non è definito e quantificabile. Ma non rimango mai delusa. Sto imparando che “conta fino a dieci prima di parlare”, frase che alle mie orecchie un tempo adolescenti risultava molto odiosa – quante volte me l’hai ripetuta, papà – fa parte di un patrimonio di grande saggezza, del quale, meglio tardi che mai, riconosco ora la vantaggiosa ereditarietà.

“L’amore fa la differenza”. L’ingrediente fondamentale è proprio quello, l’hai detto te. E, visto che per ora cucino quasi esclusivamente per noi due, credo sia un giudizio oggettivo. Inutile aggiungere ansia da prestazione e perfezionismo, perché il risultato sperato si otterrà solo con una bella dose di amore sincero. L’amore che prevede la cura dell’altro senza troppe pretese. 

Giorno dopo giorno

Mi è capitato oggi di ascoltare una canzone di Niccolò Fabi. Un testo davvero sorprendente per la semplicità che emana e la verità che rivela.

Chiudi gli occhi
Immagina una gioia
Molto probabilmente
Penseresti a una partenza
Ah si vivesse solo di inizi
Di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e
Nulla ti appartiene ancora
Penseresti all’odore di un libro nuovo
A quello di vernice fresca
A un regalo da scartare
Al giorno prima della festa 
[…]
Ma tra la partenza e il traguardo
Nel mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è
Silenziosamente costruire
E costruire è potere e sapere
Rinunciare alla perfezione
Ma il finale è di certo più teatrale

Credo che quel tutto il resto spaventi molto. Spaventa molto ciò che c’è tra l’inizio di una storia d’amore, l’inizio di un progetto, il primo incontro e il ritrovarsi sposati, dipendenti dello stesso posto di lavoro da anni, oramai stanchi del progetto iniziale.

Una scena davvero lugubre e noiosa quella che tutti ci presentano. Quello che ci viene detto è che “la quotidianità uccide”. E stiamo bene attenti, è vero. Vero solo in parte. Da che cosa dipende? Credo dipenda sempre da noi e non dalla realtà esterna. Dipende se scegliamo di farci governare dalla quotidianità o di mostrarci grati di fronte ai giorni che scorrono. Allora, giorno dopo giorno accumuleremo frustrazione o gratitudine.

Non credo ci siano coppie destinate alla felicità eterna e altre solo alla noia. Certo, mostrarci grati di fronte alla vita significherà forse anche ascoltare chi abbiamo accanto e dedicargli del tempo sempre nuovo e diverso. Ci vuole tanta fantasia per scoprire quante sfumature di felicità abbiamo a disposizione. Non credo che trovare il lavoro dei propri sogni necessariamente vorrà dire soddisfazione perenne e gioia di alzarsi ogni mattina.

L’impulso iniziale, il brio, l’aspettativa, l’entusiasmo della novità sono dei doni grandi. Necessari oserei dire, perché da lì prendiamo il coraggio per il giorno dopo giorno. Ci siamo mai chiesti perché ci siamo innamorati proprio di quella persona? O perché abbiamo scelto quell’università?

Possiamo anche imbellettarci con formule matematiche o chimiche o far riferimento a chissà quale teoria, ma la risposta non sarà per niente chiara e logica. La verità è che non lo sappiamo. Intuizioni. Il mistero della vita. Ma dopo l’inizio, nel giorno dopo giorno si fa spazio all’autenticità, alla fedeltà, al senso di appartenenza a una persona, a una situazione, a un luogo, alla nostra unica e irripetibile vita. Lo stupore e la meraviglia saranno più difficili da cogliere, ma se ci riusciamo, appagheranno la nostra anima come niente altro al mondo.

Dacci oggi

In realtà è dentro di noi il necessario, l’ingrediente fondamentale che fa la differenza. Chiediamoci quanto ascoltiamo i desideri che Dio ha messo nel nostro cuore. Quanto facciamo spazio all’amore dentro la nostra vita. Non una volta per tutte, ma giorno dopo giorno. Perché una cosa è certa: siamo destinati tutti a essere felici giorno dopo giorno, non solo all’inizio o nell’attesa di un gran finale. 

Tutto ciò che viene lasciato a sé diventa paralizzante. Tutto l’amore e la cura che non abbiamo verso di noi e verso gli altri diventa quotidianità che uccide.“L’amore fa la differenza”. L’amore con cui guardi tua moglie o tuo marito. L’amore con cui ascolti chi ti sta accanto. L’amore con cui giochi con tuo figlio. L’amore che impieghi in quel lavoro.

Rinunciare alla perfezione significa spostare la nostra attenzione da noi stessi agli altri, a ciò che ci circonda. Non per forza saremo sempre al massimo delle nostre aspettative o forze, ma l’amore che abbiamo dentro potrà comunque crescere, anziché diminuire o paralizzarsi. Spostare la nostra attenzione potrebbe anche voler dire osservare quell’albero davanti a casa. Assumerà un colore molto particolare e diverso del solito, se lo guardi concentrandoti su di lui. Pensa che cosa potrebbe succedere se tornassi a casa e un giorno guardassi tuo figlio in un modo nuovo. O andassi al lavoro e quel datore diventasse un po’ diverso ai tuoi occhi. Come fa la quotidianità a ucciderci se tutto muta? Ci uccide solo se in noi non cambia mai nulla.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Non sarà un miracolo il pane, ma Gesù Cristo si fa vivo proprio nel pane eucaristico. E nel “testamento” che ci ha lasciato non ha detto “dacci oggi il nostro stipendio, il frigo pieno, il marito perfetto, la famiglia in salute o il contratto a tempo indeterminato”. Tutto è importante, nulla è vano, ma solo se alla base c’è l’ingrediente che fa la differenza.

Il finale sarà di certo più teatrale, poetico e glorioso. Perché la cena che mi hai preparato mentre ero in piscina oggi diventa fonte inesauribile di ricchezza. 

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