Plumcake anti abbandono

plumcake anti abbandono

Oggi ho sfornato un bel plumcake, di quelli dorati in superficie e soffici all’interno. Non c’è nessun ospite, dal marito non è sopraggiunta nessuna richiesta particolare e non è domenica. Tuttavia, io avevo voglia di un bel plumcake; ho controllato il frigo, preparato gli ingredienti, mescolato, setacciato e ora eccolo lì, in forno. Ah, dimenticavo. Prima di fare tutto questo ho controllato la ricetta di Fatto in casa da Benedetta, oramai diventato il mio testo sacro per i dolci della colazione (insieme a tutta l’eredità della mamma, certo).

Non so dirvi quanto mi piaccia vedere i dolci che lievitano – a chi non ci capisce nulla di chimica come me sembra quasi un miracolo, e, diciamocelo, quando crescono bene tutte noi tiriamo un sospiro di sollievo.

Questa settimana è stata un susseguirsi di appuntamenti, visite, corse e impegni ansiosi di essere depennati dalla lista di cose da fare. Esistono e non possiamo farci nulla: la burocrazia, il lavoro e il tempo speso in fila dal medico non ci lasciano possibilità di scelta.

Informazioni in fila

Lo dirò sottovoce, senza sbilanciarmi troppo, ma devo ammettere a me stessa e a voi che a volte mi diverto ad attendere in fila. Non perché sia bello “sprecare” il tempo, scontrarsi con gli addetti al pubblico oppure litigare con il vecchietto che non ha capito perché abbiate saltato la fila – per questo motivo ho imparato a slacciare il cappotto e ad accarezzarmi la pancia, pensate un po’ – ma in questi momenti posso godermi da vicino lo spettacolo dell’umanità.

Addirittura? Ebbene sì. Siamo degli esseri particolari soprattutto quando ci ritroviamo in contesti socialmente inutili come l’attesa alle poste.

Io i telegiornali non li guardo mai, un po’ per presa di posizione, un po’ perché non ho quest’abitudine. Non mi piace il melodramma che traspare da ogni servizio e non sopporto che i giornalisti trasmettano le informazioni senza un minimo di oggettività. Aperta e chiusa questa parentesi, credo che farsi un giro per i punti di attrazione burocratica sia una valida alternativa all’accendere la televisione.

L’argomento più gettonato tra le mamme nella sala attesa per l’ecografia di questa settimana è stato il fatidico dispositivo anti-abbandono. Le più informate già hanno fatto l’ordine su Amazon; ci sono poi quelle furiose per i prezzi e per l’assurdità di dover comprare N. dispositivi per N. seggiolini dislocati tra nonni zii e babysitter; chi inneggia alla salvezza affermando che FINALMENTE si è fatto qualcosa di concreto per questa piaga dei bambini dimenticati in auto.

E ci sono anche io. Nella sala d’attesa ho solo ascoltato le altre, ma ora ho la necessità di dire qualcosa partendo dal mio bel plumcake.

Noi pensiamo di essere molto consapevoli all’interno di questa società. Scegliamo che cosa acquistare dopo esserci a lungo informati su Internet. Siamo noi a decidere a quale telegiornale dare fiducia e somministriamo consigli gratuiti a tutti perché ognuno di noi si sente esperto in qualche piccolo ambito della quotidianità – tolti i tuttologi, loro sono esperti di tutto.

Ragioniamo in maniera razionale, logica e quindi lineare. I telegiornali con tutto il pathos possibile ci mettono in allerta perché “è capitato” ad alcuni genitori di dimenticare i figli in auto e allora aspettiamo che il governo o chi per lui ci dia una qualche soluzione che preveda un certo rigorismo con tanto di sanzioni. Sennò non ci fidiamo, la faccenda ci puzza e ci sembra di essere stati fregati da chi non vuole trovare una soluzione a questa tragedia.

L’istante presente

Nessuno si ferma a pensare al momento prima. Esattamente all’istante che precede una dimenticanza di questa portata. Quel papà dove stava andando? Aveva un colloquio importante? Forse sì, perché faticava ad arrivare a fine mese e quel lavoro nuovo gli era necessario. Quella mamma aveva forse fretta di giungere a destinazione perché la lista di cose da fare entro la giornata – ma che dico, forse la mattinata – ancora era molto lunga.

Loro non potevano fermarsi. Ho letto e sentito che è colpa dei ritmi che questa società ci impone, delle nostre giornate frenetiche e del passo troppo veloce che ci viene richiesto. Sicuramente. Abitando a Milano solo guardando gli altri mi viene automatico accelerare il passo, sembra infatti che se non ti adegui non hai nulla di importante da fare. Potresti sembrare un nullafacente. Senza quel ticchettio di scarpe eleganti e quelle valigette lucide di pelle sbatacchiate sui sedili della metro non so quanto tu possa ritenerti una persona seria.

La verità è che dormiamo. Viviamo in un continuo stato soporifero in cui non siamo mai concentrati sul momento presente che ci viene donato. Siamo già al colloquio di lavoro, siamo alla cassa del successivo negozio da raggiungere oppure alleniamo la nostra autocommiserazione per qualcosa che non siamo riusciti a raggiungere o a svolgere alla perfezione nel passato.

Non siamo con quel bambino che ci guarda dallo specchietto e chissà che cosa pensa. Non stiamo guidando. Siamo avanti e indietro, mai qui e ora.

Un nuovo respiro ogni momento

Oggi ho sfornato un bel plumcake. Perché ne avevo voglia. Avevo bisogno di un momento per me, in cui l’unica cosa importante sulla quale concentrarmi fosse il tintinnio delle fruste che girano veloci e il profumo di limone che esce dal forno. Ho cercato di tenere allenata quella parte di noi che ha bisogno di riconciliarsi con il nostro corpo invece che vagare con la testa verso universi paralleli.

Si può fare in metro, in auto, in fila alla cassa o durante il percorso di strada per raggiungere l’asilo. Allenamento a essere presenti. Forse non è un caso se Sherlock Holmes sapeva perfino quanti fossero i gradini sui quali camminava. Manteneva la sua attenzione perennemente vigile sul momento presente. E non credo che non fosse stato mai di corsa o non avesse avuto impegni urgenti.

— Ascoltando le sue spiegazioni — osservò [Watson] — le cose mi sembrano così ridicolmente semplici da farmi pensare che potrei facilmente fare lo stesso anch’io; anche se ogni volta che lei mi dà una dimostrazione del suo procedimento logico rimango sbalordito fino a quando non me lo spiega. Eppure, credo che i miei occhi siano buoni come i suoi.

— Proprio così. — rispose [Holmes] accendendosi una sigaretta e sprofondandosi in poltrona. — Lei vede, ma non osserva. C’è una netta differenza. Per esempio, lei ha visto spesso i gradini che dall’ingresso portano in questa stanza.

— Spessissimo.

— Quante volte?

— Centinava di volte, direi.

— Quanti sono?

— Quanti? Non lo so.

— Appunto! Non ha osservato. Eppure, ha visto. Questo è il nocciolo. Ora, io so che i gradini sono diciassette perché li ho visti ma li ho anche osservati.

Dovremmo prestare più attenzione alle sensazioni che ci attraversano ogni istante. Tornare al nostro corpo, ogni tanto. Lasciare che la mente vaghi per conto suo e respirare. Non abbiamo possibilità di scelta su tante cose, ma svegliarci e capire dove siamo è un’opzione da perseguire.

In ogni momento c’è sempre un nuovo respiro a cui possiamo tornare.

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