Data di scadenza

“In fondo è per questo che facciamo figli: per rientrare a casa e vedere che ci corrono incontro guardandoci come se fossimo unici al mondo.”

Mio marito dice che io registro tutto, e oggi, quando scrivo, capisco quanto ogni cosa ascoltata e registrata non venga a caso, ma prima o poi trovi il suo posto preciso in un articolo, in un’intervista o in una qualche frase formulata alla rinfusa nelle note del cellulare. Se è stata registrata è lì per un motivo.

Non so come definire questa mia abilità, ma oggi so che cosa farne. Anzi, che cosa devo farne: scrivere è quasi diventato un dovere.

Oggi ho il dovere di dire qualcosa su questa frase, di dare un ordine mentale a quello che sento. Per me e per gli altri.

“Nessuno mi ha mai guardata così”, io ci sono arrivata qualche mese dopo la nascita di Chiara, quando mi ha guardata e un sorriso intenzionale ha illuminato il suo volto per la prima volta. Tommaso ci è arrivato prima – credo per la sua semplicità d’animo – qualche nottata passata con lei in braccio e il suo “quando ho lei in braccio mi sento in pace” l’ha trasfigurato.

È elettrizzante quella sensazione lì, fisicamente una scarica fortissima di positività.

Ha una data di scadenza questo sguardo? Non proprio. Oggi posso arrivare a guardare i miei genitori con ammirazione, talvolta con stima, ma non cerco il loro sguardo di approvazione in tutto ciò che quotidianamente faccio e su questo, mi sento di dire che hanno fatto un buon lavoro se oggi ho l’autonomia che ho. Ma c’è qualcosa in quello sguardo lì che rimane ed è destinato a trasformarsi.

Sarò dura se dirò che quello sguardo non ce lo meritiamo proprio. Non abbiamo fatto nulla per meritare che nostro figlio – anche solo per un periodo limitato di tempo – ci guardi così. Sappiamo essere pessimi e sbagliatissimi. Commettiamo errori di ogni sorta, eppure loro sono lì a guardarci con occhi trasognati, a pendere dalle nostre labbra.

E allora noi che ci possiamo fare? Credo l’unica cosa sensata per accettare questo dono sia lasciarci guardare.

Io sono molto severa con me stessa. Un sugo sbagliato, una parola detta in malo modo da parte di mio marito, un consiglio non richiesto o uno sguardo storto possono modificarmi facilmente l’umore. Perché mi sento subito attaccata e questo significa diventare vulnerabile agli occhi degli altri, ma in realtà, con il tempo, ho scoperto che ciò che più mi ferisce è dover ammettere a me stessa quella vulnerabilità.

Il conto più duro lo devo a me. Il datore di lavoro più severo sono solo io. Gli altri non contano poi così tanto. Come quando Tommaso ha sbuffato scoprendo che avevo lasciato – e non era la prima volta, ahimè – il mestolo di plastica a scaldare nella teglia della pizza, in forno. Continuavo a ripetere “non è poi un errore così grave, stai calmo!”, quando la parola “errore” non era di certo uscita dalle sue labbra, ero io a gridarmela dentro.

E poi c’è chi mi ha guardata così diversamente da come mi guardo io. Quando mi sono sentita guardare così mi sembrava di essere senza difese. Tutte le mie barriere, tutti i filtri che frappongo tra me e gli altri erano crollati. Rimanevo io, la mia vulnerabilità e quello sguardo insistente.

E allora dare alla luce un figlio ci dona di poter mollare la presa, essere se stessi, lasciarsi guardare per come si è e sentirsi unici per questo. Senza trucco, né filtri – e poi in questo il post-parto aiuta molto, diciamocelo.

Come se quei figli ci ricordassero uno sguardo Altro. Uno sguardo che anche chi non è chiamato ad avere figli può sperimentare. Dentro a quei due occhioni penetranti c’è un promemoria importante: Qualcuno ci ha guardati per primo e ha pensato fossimo un capolavoro. Unici al mondo.

E allora quando sarà finito quel magico momento in cui noi siamo la cosa più bella per loro, dovremo solo lasciarci guardare da quello Sguardo primario, da Chi ci ama incondizionatamente e non ci chiede mai il conto.

Non dimentichiamo mai quello sguardo, anche quando i nostri figli troveranno altri occhi in cui perdersi o il loro diventerà uno sguardo di arroganza nei nostri confronti. Ricordiamoci che quello era un dono dal Cielo, venuto per risvegliare quell’unicità che abita in noi, quell’Amore compiaciuto che ci ha creati.

O forse, in ultimo, si può dire che è tutto un circolo d’Amore, che una volta generato non può che traboccare e moltiplicarsi, quella fiducia immeritata che riceviamo diventa Amore infinitamente grato. Quello sguardo non è più solo tra due esseri, ma si allarga a tutta la nostra esistenza. Noi non abbiamo una data di scadenza, siamo stati creati per l’eternità: è lì che sono destinati quegli sguardi.

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