Il mio non compleanno

La storia del mio non compleanno mi fa sorridere al solo pensiero.

Non tutti sanno che da sempre io confondo la data del mio compleanno con l’otto agosto. Sei agosto e otto agosto per me sono intercambiabili. Ho sempre avuto problemi con i numeri e quindi forse il motivo dello scambio non è poi così difficile da scovare. Ma mi piace pensare che questa confusione era stata pensata dall’inizio proprio in vista del compleanno di quest’anno.

Cinque anni fa io e Tommaso abbiamo passato una delle estati più belle da fidanzati, in Sicilia, con i nostri carissimi amici e senza alcun pensiero per la testa. Ripensiamo a quella vacanza come a un periodo di leggerezza immensa, quelli che ti servono da memoriale, non per pensare con tristezza al presente, ma per essere grati della storia che ci ha condotti fino a qui, nell’oggi. Comunque, lasciando da parte queste profondità, la verità è che ripenso continuamente al dolce che mi fecero arrivare a sorpresa la sera del mio compleanno, che festeggiai lì.

Tommaso era felicissimo di poter organizzare qualcosa in Sicilia anche quest’anno – le dinamiche ovviamente sono un po’ cambiate: sposati con figlia a carico e qualche anno in più. Io ero entusiasta.

Bene, eravamo concordi nel festeggiare nello stesso ristorante di cinque anni prima, peccato che nessuno se ne ricordava il nome. Fortunatamente si trovava in un piccolo paesino, arrivati lì sarebbe stato facile individuarlo.

Super preparazione per la serata: io ho passato tutto il pomeriggio a cercare di far dormire Chiara il più possibile così da scongiurare qualche improvvisa crisi isterica proprio quella sera, due ore prima di uscire ci siamo vestiti, ho improvvisato un trucco semplice e siamo partiti in super anticipo per trovare parcheggio.

Morale della favola: Chiara ha deciso di regalarmi il suo primo dentino proprio per quel giorno – non ha dormito una mazza tutto il giorno – e non solo il ristorante (che abbiamo riconosciuto subito) era pieno, ma nessuno dei ristoranti dei dintorni aveva posto. La scena era delle più pietose, di quelle che prima di avere figli guardavo e pensavo “poveri, come urla”, Chiara in effetti urlava come una matta, io arrabbiatissima e Tommaso a pregare qualcuno di farci sedere per festeggiare, oltretutto appesantito dal mio sguardo severo. Ci siamo ritrovati a mangiare di corsa in una trattoria – davvero pessima, cosa veramente difficile in Sicilia, eppure quella sera ne abbiamo trovata una – per poi correre in hotel per mettere a letto Chiara, sfinita.

Non so perché io mi sia così tanto arrabbiata con Tommaso, in fondo non aveva fatto nulla. Ma mi sono vista crollare tutte le aspettative che avevo pensando che non eravamo più in grado di organizzare una serata “come si doveva”. Che poi quel “come si doveva” da chi sarebbe dettato? Mi sono chiesta.

Ma no, non erano le dinamiche esterne ad avermi fatto fare questi pensieri. Qualcosa di brutto si era insinuato in me: il pensiero che la felicità era da raggiungere potendo sbandierare a destra e a sinistra il bel venticinquesimo compleanno festeggiato in vacanza e sentirmi dire che “wow che mamma super che sei riuscita a festeggiare a cena fuori senza nessun intralcio”. Che sciocca. Lo dico con una certa sincerità e ironia: CHE SCIOCCA. Come se tutto si fosse dovuto ridimensionare alla mia minuscola idea di “felicità” e non il contrario. Cioè che la felicità va intravista nel momento presente, nel dentino di Chiara e negli occhi commossi di Tommaso che si incrociano con i miei. E mi piace l’idea di lasciare scritto questo racconto, mi serve come promemoria, assolutamente sì.

Beh, direte, però come hai festeggiato? È finita lì in trattoria?

No, il Cielo mi ha donato un marito ad hoc (ad hoc per me, si intende, ognuno c’ha il suo e non deve rispondere a standard predefiniti) e la mattina dopo (sì, poverino ha chiamato la mattina con due giorni di anticipo) ha subito chiamato il tanto agognato ristorante per assicurarsi un tavolo per noi due (e mezzo) la sera dell’otto agosto. Non so perché il fatto che avrei festeggiato il compleanno l’otto agosto mi ha fatto subito capire che non ci sarebbe stato solo il mio dolce preferito ad aspettarmi (quanto era buono), ma anche un grande insegnamento. Che addirittura, nei miei capricci (non esagero, sono stata tremenda), ero stata accontentata, perché in fondo l’otto era uguale al sei.

E la serata com’è stata? Perfetta?

No, Chiara ha pianto moltissimo lo stesso e abbiamo mangiato quasi a turni per tenerla in braccio – e questa volta aveva anche dormito, ma sono convinta voleva darmi l’ennesima lezione di vita – però, io ero felicissima. Quindi anche sì, era stata perfetta perché ero riuscita a vedere quello che non avevo visto due sere prima. Mio marito di fronte, che scattava foto e si preoccupava di vedermi sorridere, la bambina con gli occhi più belli del mondo alla quale tra un grissino e una pernacchia riuscivo a strappare un sorriso per potermi godere il risotto alla pescatora migliore del mondo, l’immensità del mare e noi, insieme.

Dentro di me avevo la pace di chi ha percepito la felicità nell’attimo presente. Otto, sei o dieci agosto non importava, perché tutto ciò di cui avevo bisogno era dentro di me.

E hai chiesto scusa al marito?

Sì, ecco perché nella foto sogghigna.

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