Io, lui e l’altra

A qualcuno potrebbe suonare un po’ forte questo titolo.

Ma secondo me descrive bene la coppia dopo l’arrivo dei figli. Perlomeno vale per il primo figlio. Poi non lo so come funziona, ma credo che una volta fatto il grande passo di passare da un universo fatto di due persone a quello strano insieme di tre, le cose si semplifichino. Qualcosa diventerà più facile a lungo andare no?

Andiamo con ordine. Lui e lei, da dove vengono?

Probabilmente sono quei due che con occhi trasognati e paroline sdolcinate si accoccolavano insieme la sera nel lettone pensando a quanto fosse bello quando in camera loro sarebbe arrivato quel piccolo miracolo.

Sono gli stessi che presi dalla sindrome del nido hanno pulito casa da cima a fondo per l’arrivo del bebè.

E sono sempre loro che si sono preparati al meglio con pannolini, creme, medicine, boccioni di acqua fisiologica, asciugamani delicate, tutine color pastello, doudou, peluche, sacchi nanna, ciucci di varie misure e quant’altro.

Ma sono sempre loro che non conoscono il ritorno a casa. Non sanno che cosa voglia dire.

Ci si prepara molto alla nascita, ma non si può essere pronti al momento in cui si diventa tre per la prima volta, il momento in cui ci si materializza “famiglia” in quello spazio che prima era solo per due, per la coppia.  

Gli spazi prendono il profumo e i colori delle sensazioni che proviamo quando li abitiamo. E la nostra casetta sapeva così tanto di noi che non è stata così immediata la condivisione con chi fino a pochi giorni prima aveva abitato me stessa.

Ci si ritrova con la pancia ancora gonfia, ma vuota e la camera piena.

La nascita di Chiara è stato il momento più travolgente della mia vita. Non so descriverlo.

E alcune intuizioni che sono derivate da quel giorno solo ora, a distanza di mesi, riesco a metterle a fuoco.

Imparare a riconoscersi

Quando io, Tommaso e Chiara abbiamo lasciato l’ospedale è cominciata una nuova fase.  

Ricordo perfettamente quella sensazione di novità assoluta, la casa che pensavi di conoscere a memoria ora ospitava nuove consuetudini. L’allattamento ovunque capitasse, il riposo in due sul lettone. Le nottate passate un po’ in due, un po’ in tre dentro lo stesso letto. La culla da dondolare, il pranzo da preparare. Quel pianto improvviso e le coccole divenute improvvisamente più mature e coscienti.

“Mi manchi”, a pochi giorni dal parto è questa la frase che ho sussurrato a mio marito prima di “dormire”.

Lo metto tra parentesi perché per imparare a dormire con una creatura da accudire la notte ci ho messo almeno un mese. Tranquilli, passato quel momento mi sono fatta e mi faccio certe dormite che mai nella vita. Da paura. Il miracolo delle due ore che sembrano sei.

Prima di diventare tre per un periodo siamo stati “lui, lei e l’altra”. Non mi scandalizzo a dire che è stato strano e non immediato. Ho imparato a fare tesoro delle sensazioni nuove senza pensare se siano belle o brutte. Sono quelle che sono.

Bisogna prenderci confidenza, bisogna conoscersi, bisogna RICONOSCERSI.

E se è vero che è un momento preciso quello in cui si diventa tre, è altrettanto vero che ci si riconosce in quel trio dopo un po’ di tempo. Per me è stato così.

Quella nuova vita sa farsi spazio, si prende tanto e dà il doppio. Allarga i cuori e diminuisce gli spazi. Unisce e divide. E sapete che cosa penso? Che bisogna un po’ dividersi per unirsi ancora di più. Ci si perde per un po’, per riconoscersi negli unici occhi che sanno rispondere a tutte le tue domande: quelli di quel minuscolo terzo componente.

Da dove viene?

Dalla storia che è stata pensata per voi, diversamente non poteva proprio andare.

Solo allora si intuisce che quei due non esistono più, ma che in quei nuovi occhi ci si ritrova diversi e più uniti.

Le chiacchiere a voce alta e le nostre risate nel lettone prima di dormire non ci sono più, ma hanno fatto spazio a film e popcorn sul divano come due adolescenti in libera uscita.

Oggi mi guardo allo specchio e non posso non vedere noi tre, non più uno o due, ma quei tre: noi.

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